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Lorenzo
Carlo
Domenico
Milani
Comparetti
nasce
in un
sontuoso
palazzo
di Firenze
il 27
maggio
del 1923,
da una
colta
famiglia
borghese.
Era figlio
di Albano
Milani,
laureato
in chimica,
poeta,
filologo,
conoscitore
di sei
lingue,
professore
universitario,
e di Alice
Weiss,
donna
colta
appartenente
a una
famiglia
di origine
israelita
boema,
da tempo
trapiantata
nella
Trieste
asburgica.
Il nonno
Luigi
era un
notissimo
archeologo.
L'antenato
più
illustre
è
il bisnonno
Domenico
Comparetti,
grande
filologo
che conosceva
diciannove
lingue.
Una famiglia
in cui
la cultura
è
di casa,
in cui
le ben
radicate
tradizioni
intellettuali
non consentono
alcun
accenno
a problematiche
religiose:
verso
la religione
si tiene
nella
famiglia
Milani
un atteggiamento
noncurante,
agnostico,
sostanzialmente
laico.
Ha un
fratello
maggiore,
Adriano,
e una
sorella
minore,
Elena.
La famiglia
è
solita
trasferirsi
in estate
nella
villa
Il
Ginepro
di Castiglioncello:
qui per
intrattenere
i signorini
che, insieme
ai Milani,
trascorrevano
le vacanze
estive,
scriveva
testi
teatrali
Sergio
Tofano,
il futuro
creatore
del signor
Bonaventura.
Da generazioni
i Milani
si dedicavano
a raffinati
interessi
culturali,
vivendo
della
rendita
della
tenuta
di Montespertoli,
composta
di venticinque
poderi,
che aveva
mantenuto
intere
generazioni
di signori
e letterati.
Nel 1930,
però,
quando
Lorenzo
ha sette
anni,
la famiglia
Milani
che stava
attraversando
un periodo
difficile
a causa
della
grande
crisi
economica,
è
costretta
a trasferirsi
a Milano,
dove il
signor
Albano
va a lavorare
come direttore
d'azienda.
Qui Lorenzo
passa
tutta
l'infanzia
e l'adolescenza
(con intervalli
di alcuni
mesi passati
in Riviera,
a Savona,
a causa
di una
malattia
agli occhi,
manifestatasi
la prima
volta
quando
aveva
dieci
anni e,
più
in generale,
di una
salute
piuttosto
cagionevole),
proseguendo
gli studi
fino alla
maturità
classica,
conseguita
(anche
per ossequio
alle tradizioni
familiari)
il 21
maggio
1941 senza
esame
di stato,
a causa
della
guerra
che anticipa
la chiusura
delle
scuole.
Non fu
mai uno
studente
modello,
anche
perché
le basi
culturali
ereditate
dal contesto
familiare
erano
nettamente
superiori
a quelle
che si
ricevevano
nella
scuola
del tempo.
Un giudizio
sulla
formazione
ricevuta
nella
scuola
pubblica
fascista
si ritrova
nella
celebre
lettera
ai giudici:
«Ci
presentavano
l'impero
come una
gloria
della
Patria!
Avevo
13 anni.
Mi par
oggi.
Saltavo
di gioia
per l'Impero.
I nostri
maestri
s'erano
dimenticati
di dirci
che gli
Etiopici
erano
migliori
di noi.
Che andavamo
a bruciare
le loro
capanne
con dentro
le loro
donne
e i loro
bambini
mentre
loro non
ci avevano
fatto
nulla.
Quella
scuola
vile,
consciamente
o inconsciamente
non so,
preparava
gli orrori
di tre
anni dopo.
Preparava
milioni
di soldati
obbedienti.
Obbedienti
agli ordini
di Mussolini.
Anzi,
per essere
più
precisi,
obbedienti
agli ordini
di Hitler.
Cinquanta
milioni
di morti».
Tra questi
cinquanta
milioni
di morti,
sei milioni
saranno
ebrei.
Proprio
per difendersi
dalle
leggi
razziali
e dalla
persecuzione
contro
gli ebrei
che era
cominciata
in Germania,
con la
presa
di potere
da parte
di Hitler
nel gennaio
1933,
il 29
giugno
dello
stesso
anno i
coniugi
Milani,
sposati
solo civilmente,
e nonostante
il loro
atteggiamento
agnostico
verso
la religione,
celebrano
il matrimonio
in chiesa
e battezzano
i loro
tre figli.
La decisione
si dimostrerà
avveduta
quando
nel 43
inizieranno
le persecuzioni
contro
gli ebrei
a Firenze.
Sempre
durante
gli anni
del liceo,
nell'estate
del 37,
nella
proprietà
dei Milani
a Gigliola
(Montespertoli)
Lorenzo
chiede,
tra lo
stupore
della
famiglia,
di ricevere
la prima
comunione.
Dopo la
maturità
si rifiuta
di andare
all'università,
come tradizione
per i
Milani.
Manifesta,
invece,
l'intenzione
di dedicarsi
alla pittura.
Lo scontro
con la
scuola
italiana
sembra
finire
qui. Si
trasferisce
così
a Firenze
e si iscrive
alla scuola
privata
del pittore
tedesco
H.J. Staude
(che Lorenzo
continuerà
a frequentare
più
tardi,
sia a
San Donato
che a
Barbiana).
Il padre
la ritiene
una bambinata,
si aspettava
che intraprendesse
una fortunata
carriera
da intellettuale
universitario,
che seguisse
le tradizioni
di famiglia.
A Firenze,
a causa
del suo
anticonformismo,
Lorenzo
non rinuncia
al fascino
della
vita spensierata,
ma l'esperienza
diretta
a contatto
con la
gente
comune,
con tutta
la durezza
dei suoi
messaggi,
ben presto
gli porge
davanti
agli occhi
una realtà
che va
a contrapporsi
fortemente
alle raffinatezze
delle
discussioni
intellettuali
in cui
era cresciuto.
Risale
a questo
periodo
un episodio
che lo
segnerà
profondamente.
In tempo
di guerra
e di fame,
mentre
Lorenzo,
con tutta
l'aria
tipica
del giovane
di famiglia
benestante,
dipinge
e mangia
un panino
nei pressi
di palazzo
Pitti,
una donna
del popolo
lo apostrofa:
«Non
si viene
a mangiare
il pane
bianco
nelle
strade
dei poveri!».
Questo
episodio,
raccontato
da lui
stesso
a Adele
Corradi,
gli fa
confidare:
«Mi
sono accorto
di essere
odiato
e che
me ne
importava».
La professoressa
Corradi,
per anni
insegnante
alla Scuola
di Barbiana,
ci fornisce
anche
la seguente
testimonianza:
«Un
senso
di colpa
tremendo
che aveva
già
provato
quando
l'autista
di famiglia
lo accompagnava
a scuola.
Voleva
lo scendesse
prima,
perché
si vergognava
farsi
vedere
dai compagni».
Prende
così
ben presto
coscienza
dello
stato
di privilegio
in cui
aveva
vissuto
e in cui
viveva,
in questi
anni in
cui forte
si fa
sentire
in lui
il peso
della
guerra,
dell'altrui
fame e
delle
discriminazioni
razziali
(il cugino
materno,
Edoardo
Weiss,
due anni
prima,
era stato
costretto
a fuggire
in America).
È
questo
per lui
un periodo
di sofferente
transizione,
che lo
porterà
ad abbandonare
le mollezze
e il tipo
di linguaggio
acquisito
in famiglia
(ne sono
testimonianza
alcune
lettere
di questi
anni,
come ad
esempio
quella
all'amico
scrittore
Oreste
Del Buono,
che firmerà
Lorenzino
Dio e
pittore,
che lascia
intravedere
ancora
le manie
d'onnipotenza
del giovane
adolescente).
Con la
pittura
si apre
la parentesi
di vita
da artista
bohémien:
nel suo
decadentismo
agnostico
è
fortemente
influenzato
dal bello
e funzionale
di Le
Courbisier
e dal
lavoro
collettivo
dell'architettura
di Michelucci.
Legge
Claudel
e si accende
anche
d'interesse
per la
pittura
religiosa.
È
proprio
attraverso
lo studio
sui colori
utilizzati
nella
liturgia
cattolica
che Lorenzo
si avvicina
in qualche
modo alla
religione.
L'esperienza
pittorica
gli insegna
a cercare
i significati
profondi
che stanno
dietro
all'immagine,
significati
che lo
porteranno
ad allontanarsi
del tutto
dai valori
ereditati
dalla
cultura
familiare.
Si legge
in un'altra
lettera
all'amico
Oreste
Del Buono,
scritta
in seguito
al ritrovamento,
a Gigliola,
nel 42
di un
vecchio
messale:
«Ho
letto
la Messa.
Ma sai
che è
più
interessante
dei Sei
personaggi
in cerca
d'autore?».
Sempre
di questi
anni è
l'amicizia
con Carla
Sborgi,
con la
quale
fu quasi
fidanzato.
Nel settembre
del 42
si iscrive
all'Accademia
di belle
Arti di
Brera.
La famiglia,
pur continuando
a non
condividere
la sua
scelta,
lo aiuta
ad aprire
uno studio
in quella
città,
ma si
trasferisce,
nel novembre
dello
stesso
anno,
a causa
della
guerra,
nuovamente
a Firenze.
Ben presto
fu chiaro,
però,
che la
pittura,
attività
solitaria,
era insufficiente
al suo
bisogno
di comunicare.
Ricorderà
in seguito
Hans Joachim
Staude,
il maestro
di pittura
di Firenze:
«Non
ho mai
creduto,
neanche
per un
momento,
che la
pittura
fosse
la strada
di Lorenzo
Milani
Si vedeva
che stava
volentieri
in mezzo
ai giovani,
e che
c'era
in lui
questo
desiderio
di vivere
in una
comunità
[
]».
Il 12
giugno
del 43
il giovane
Lorenzo,
ormai
convertito,
riceve
la cresima
dal cardinale
Elia Dalla
Costa,
in forma
privata.
Una conversione
che, come
disse
poi la
madre,
«nacque
per gradi.
E nacque
da un
senso
di vuoto,
d'insoddisfazione
[
]
Poi, non
so come,
si ritrovò
in mano
un libro
sulla
liturgia
cattolica.
Lorenzo
se ne
entusiasmò,
ma tutti,
lì
per lì,
si pensò
che fosse
l'entusiasmo
di un
esteta.
Invece
era accaduto,
o stava
per accadere
in lui
qualcosa
di assolutamente
diverso.
Di lì
a pochi
mesi,
entrò
in seminario».
Nell'estate
del 43
Lorenzo
entra
nella
sacrestia
di Santa
Maria
Visdomini
nel cuore
di Firenze,
e qui
conosce
mons.
Raffaello
Bensi,
quello
che diverrà
il suo
padre
spirituale,
al quale
Lorenzo
sarà
legato
da un
affetto
viscerale
e che
correrà
spesso
in futuro
in suo
aiuto
nei momenti
di maggior
tensione
dei suoi
rapporti
con la
Chiesa.
«Da
quel giorno
d'agosto
fino all'autunno,
si ingozzò
letteralmente
di Vangelo
e di Cristo.
Quel ragazzo
partì
subito
per l'assoluto,
senza
vie di
mezzo.
Voleva
salvarsi
e salvare,
ad ogni
costo.
Trasparente
e duro
come un
diamante,
doveva
subito
ferirsi
e ferire.
E così
fu»,
si legge
in una
delle
poche
testimonianze
lasciate
da mons.
Bensi.
L'8 novembre
del 43
Lorenzo
entra
nel Seminario
di cestello
in Oltrarno
per farsi
sacerdote,
dove conosce
mons.
Bartoletti,
don Rossi,
don Nesi
e dove,
pur nei
contrasti
col rettore
mons.
Giulio
Lorini
e con
i superiori
(quel
don Mario
Tirapani
che da
vicario
generale
della
diocesi
lo perseguiterà
e lo farà
confinare
a Barbina),
accetterà
le dure
regole
(lo star
zitti
in latino).
Da questo
momento
sarà
allo stesso
tempo
obbediente
e ribelle
a una
Chiesa
nella
quale
si sentirà
inserito
(sarà
sempre
fanatico
dell'osservanza
della
regola),
ma alla
quale
non rinuncerà
mai di
far sentire
il suo
spirito
schietto.
L'onnipotenza
e l'acceso
soggettivismo
di Lorenzino
Dio e
Pittore
lasciano
il posto
all'ascolto
di una
Verità
che viene
dall'alto.
Una Verità
che essendo
per Lorenzo
qualcosa
di certo,
e conseguentemente
di non
dimostrabile,
fa sì
che la
sua sia
una dottrina
della
liberazione
e dell'emancipazione
del popolo
di Dio,
che il
Dio in
cui crede
(che non
ha esitato
a farsi
servo,
a divenire
simile
agli uomini,
a umiliarsi
per la
loro salvezza)
sia un
Dio immanente,
che interagisce
con la
storia
delle
sue creature.
D'altronde
anche
le ragioni
che sono
dietro
la sua
scelta
di farsi
prete
sono state
dettate
da condizioni
storico-materiali:
«E
pensare
che mi
son fatto
cristiano
e prete
solo per
spogliarmi
d'ogni
privilegio!»,
dirà
in un
suo scritto.
Il contesto
sociale
in cui
è
vissuto
ha indubbiamente
influenzato
una scelta
di vita
così
estrema;
vivere
eventi
storici,
quali
quelli
avvenuti
tra le
due guerre
e avere,
in prima
persona,
sperimentato
le complicità
di classe
delle
buone
famiglie,
cui egli
stesso
apparteneva,
agli orrori
del nazifascismo
(di cui
le stesse
costituivano
il vero
e proprio
retroterra),
ha consentito
a Lorenzo
di analizzare,
con lucidità
e sensibilità
particolari,
i meccanismi
che sostengono
il potere
della
classe
dominante,
e lo ha
spinto
a farlo
all'interno
(più
spesso
ai confini)
di una
Chiesa
che, pur
conservando
Dio all'interno
delle
proprie
tradizioni,
doveva
lavorare
a stretto
contatto
con gli
strati
più
poveri
della
societàe
doveva
mirare
a riscoprire
il valore
delle
culture
subalterne.
La famiglia
non approva
la scelta
di vita
religiosa
fatta
dal figlio.
Alla cerimonia
della
tonsura,
l'atto
di rinuncia
al mondo
per poter
entrare
nello
stato
ecclesiastico,
nessuno
dei parenti
sarà
presente.
Nel referendum
istituzionale
del 2
giugno
46
Lorenzo,
nonostante
le raccomandazioni
contrarie
del cardinale,
si schiera
per la
Repubblica.
Il 13
luglio
1947,
a Santa
Maria
del Fiore,
Lorenzo
viene
ordinato
sacerdote
dal cardinale
Dalla
Costa.
Pochi
mesi dopo,
il 9 ottobre
del 47,
viene
mandato
nel grosso
borgo
operaio
di San
Donato,
a Calenzano
(Firenze),
come cappellano
del vecchio
preposto
don Daniele
Pugi.
È
qui che
il giovane
parroco
elabora
il suo
catechismo
storico.
È
qui che
in poco
tempo
fonda
la scuola
popolare
serale
per giovani
operai
e contadini,
che gli
provoca
l'opposizione
dei parrocchiani
benpensanti
e degli
aderenti
alla DC
e che
segna
l'inizio
di un
lungo
periodo
di opposizione
al suo
operato.
È
qui che
nasce
il nucleo
fondamentale
delle
sue Esperienze
pastorali.
La scuola
è
concepita
dal giovane
sacerdote
come un
tramite
e una
proposta
unificanti
per combattere
quella
che gli
si presenta
subito
come una
barriera
della
coscienza,
come un'impossibilità
di comunicazione:
la soglia
della
coscienza,
dove risiede
la parola,
non era,
infatti,
raggiungibile
dal popolo.
È
per questo
che da
sacerdote
non amerà
rivolgersi
ai borghesi
e agli
studenti,
agli intellettuali,
che posseggono
la parola
ma che
la usano
in modo
sterile
(«[
]
io parlo,
e scrivo.
Non per
farmi
incensare
dai borghesi
come uno
di loro
[
]»).
Ed è
per questo
che si
batte
contro
quella
concezione
dell'umanità
divisa
in due
mondi,
separati
giustappunto
dai limiti
invalicabili
della
cultura,
due mondi
che egli
ha vissuto
e sperimentato
di persona,
convertendosi
a questi
valori
proprio
nel passaggio
dall'uno
all'altro.
Combattere
l'alienazione
dalla
propria
coscienza
in cui
si è
venuta
trovare
una parte
dell'umanità,
divenuta
strumento
passivo
della
realtà
che la
circonda,
sarà
il suo
modo di
aderire,
nel suo
catechismo
storico,
alla realtà,
come credente,
ma, prima
di tutto,
come uomo.
Proprio
quest'aderenza
alla realtà,
d'altronde,
lo porterà
a identificare
la vera
miseria
del popolo
che gli
era stato
affidato
nella
mancanza
di parola:
l'unico
mezzo
per riscattare
il povero
dall'alienazione
della
materia
(in sistema
consumistico
che era
diventato
regime)
è
consentire
il diritto
alla parola
a una
cultura
muta:
«[
]
la povertà
dei poveri
non si
misura
a pane,
a casa,
a caldo,
ma si
misura
sul grado
di cultura
e sulla
funzione
sociale»
(si vedano
a questo
proposito
le riflessioni
fatte
dal priore
in Università
e pecore).
Nel 1951
don Milani
si ammala
di tubercolosi.
Il 14
novembre
1954 muore
don Pugi,
il
babbo
proposto,
e don
Milani
viene
esiliato:
è
nominato
priore
di Sant'Andrea
a Barbiana,
una piccola
parrocchia
(che doveva
essere
chiusa)
a 475
metri
sul livello
del mare,
sui monti
del Mugello
(Firenze).
Le poche
anime
che vi
risiedono
non hanno
strada,
luce elettrica
e acqua
corrente.
L'anno
successivo
il priore
comincia
a fare
scuola
per i
ragazzi
(inizialmente
solo sei)
che avevano
terminato
le elementari
(i suoi
montanini),
insistendo
particolarmente,
nella
formazione
di questi
ultimi,sull'educazione
linguistica,
che, sola,
li può
rendere
uguali,
li può
riscattare.
Egli non
cura il
beneficio
della
parrocchia
e chiede
contributi
in denaro
ad amici
e conoscenti
esclusivamente
per comprare
materiale
didattico
e riuscire
a fare
viaggiare
per lavoro
i suoi
ragazzi.
Molti
sono gli
intellettuali
attratti
dalla
figura
di don
Milani
e dalla
sua scuola
e altrettanto
numerose
sono le
visite
a Barbiana:
da Pietro
Ingrao
al teorico
della
non-violenza
Aldo Capitini.
Nell'autunno
del 56
Lorenzo
accoglie
in casa
Michele
Gesualdi,
un ragazzo
di tredici
anni orfano
di padre
che era
stato
affidato
a don
Ezio Palombo.
Nella
primavera
successiva
arriva
a vivere
in canonica,
anche
il fratellino
di Michele,
Francuccio
Nel maggio
1958 la
Libreria
Editrice
Fiorentina
pubblica
Esperienze
pastorali,
libro
che il
priore
aveva
cominciato
a scrivere
otto anni
prima
a San
Donato,
con l'imprimatur
del cardinale.
Il tema
di fondo
è
il difficile
mestiere
del prete;
in particolare
il testo
è
incentrato
sulla
proposta
di una
nuova
pastorale
utile
a ricostruire
un rapporto
con la
classe
operaia,
con i
poveri.
Tra gli
estimatori
del capolavoro
di Lorenzo
ci sono
Giulio
Einaudi,
don Primo
Mazzolari,
mons.
Giulio
Facibeni.
Il volume,
pur avendo
ricevuto,
come visto,
l'imprimatur
del cardinale
e pur
recando
un'introduzione
di mons.
D'Avack,
suscita
non poche
polemiche
e viene
recensito
molto
negativamente
soprattutto
da Civiltà
Cattolica.
Il 15
dicembre
dello
stesso
anno,
sotto
il pontificato
di Giovanni
XXIII
(che significherà
una vera
rivoluzione
all'interno
della
Chiesa),
il Sant'Uffizio
ordina
il ritiro
dal commercio
dell'opera
e ne proibisce
ristampa
e traduzione,
non per
motivi
di ortodossia,
ma perché
è
giudicata
inopportuna.
Nell'aprile
del 59
Lorenzo
porta
sei dei
suoi ragazzi,
che uscivano
per la
prima
volta
dal loro
paese,
in viaggio
a Milano,
dove visitano,
grazie
all'aiuto
di conoscenze
del priore,
il teatro
della
Scala
e un grattacielo
ancora
in costruzione,
sede di
una grande
azienda
industriale.
Nell'agosto
del 59
scrive
a Nicola
Pistelli,
direttore
di Politica,
una rivista
della
sinistra
cattolica
fiorentina,
Un muro
di foglio
e di incenso,
uno straordinario
documento
che precorre
la nuova
impostazione
conciliare
sui rapporti
interni
alla Chiesa
cattolica.
Il direttore
non ha
il coraggio
di pubblicarlo.
Nell'autunno
dello
stesso
anno c'è
la richiesta
del priore
a mons.
Loris
Capovilla,
segretario
del Pontefice,
di autorizzare
la stampa
di Esperienze
pastorali
in Francia.
Il permesso
non viene
accordato
e i rapporti
con la
Curia,
fiorentina
e no,
si fanno
sempre
più
difficili.
Comunque
don Milani
dimostra
sempre
perfetta
obbedienza
alle disposizioni
impartitegli.
Nel dicembre
del 60
si manifestano
i primi
sintomi
del morbo
di Hodgking,
il tumore
ai polmoni
che lo
porterà
alla morte.
Due anni
dopo diventa
vescovo
di Firenze
Ermenegildo
Florit.
Nel 1964
c'è
la stesura
collettiva
della
Lettera
sulla
parola
borghese
, in risposta
alle richieste
della
classe
quinta
del maestro
Mario
Lodi.
La lettera
rimane
incompiuta.
L'11 febbraio
del 1965,
nel corso
di un'assemblea,
i cappellani
militari
della
Toscana,
in un
comunicato,
definiscono
l'obiezione
di coscienza
«estranea
al comandamento
cristiano
dell'amore
e espressione
di viltà».
Il 22
febbraio
Don Milani
elabora
la Replica
ai cappellani
militari
toscani.
L'articolo,
seppure
inviato
a tutte
le grandi
testate
italiane,
viene
pubblicato
il 6 marzo
1965 solo
da Rinascita,
rivista
teorica
del PCI.
Lorenzo
vi difende
il diritto
ad obbiettare
ma soprattutto
il diritto
a non
ubbidire
acriticamente.
Esplode
la polemica.
Il priore
è
minacciato
da Florit
di venire
sospeso
a divinis
e denunciato,
da alcuni
ex combattenti,
alla Procura
di Firenze
per vilipendio
e apologia
di reato.
Viene
processato,
insieme
al vicedirettore
responsabile
di Rinascita,
Luca Pavolini
(amico
d'infanzia
di Lorenzo).
In vista
del processo,
che si
svolgerà
a Roma,
dove si
stampava
la rivista
comunista,
non potendo
parteciparvi
perché
malato,
Lorenzo
prepara
un'autodifesa
scritta,
la famosa
Lettera
ai giudici.
Il 15
febbraio
1966 i
giudici
romani,
dopo tre
ore di
camera
di consiglio,
assolvono
in primo
grado
Lorenzo
Milani
e Luca
Pavolini
perché
il fatto
non costituisce
reato.
Lorenzo
morirà
prima
del processo
d'appello
richiesto
dal Pubblico
Ministero,
nel quale
la Corte
modificherà,
il 28
ottobre
del 1968,
la sentenza
di primo
grado,
condannando
lo scritto:
Pavolini
dovrà
scontare
cinque
mesi e
dieci
giorni
di reclusione;
quanto
al priore
di Barbiana
la sentenza
decreterà
che«il
reato
è
estinto
per morte
del reo».
Nel luglio
del 1966,
nonostante
la grave
malattia
di Lorenzo,
viene
cominciata
la stesura
del celebre
libro
scritto
collettivamente
dalla
scuola
di Barbiana,
Lettera
a una
professoressa,
sulla
scuola
classista
che boccia
i poveri;
il priore
vi svolge,
con il
passare
dei mesi,
solo il
ruolo
di regista.
Si tratta
di una
vera e
propria
rampogna
agli intellettuali
che sono
al servizio
della
classe
dominante;
verrà
pubblicata
nel maggio
del 67.
I giudizi
che vi
si danno
sulla
scuola
hanno
una forza
lacerante.
La lettera
verrà
tradotta
in tedesco,
spagnolo,
inglese
e persino
in giapponese.
Nel marzo
del 67
il priore
si trasferisce
in via
Masaccio
a Firenze,
a casa
della
madre.
La malattia,
che gli
impedisce
di parlare,
lo costringe
a comunicare
con dei
biglietti.
Due giorni
prima
di morire
riuscirà
a borbottare
con la
consueta
ironia:
«Un
grande
miracolo
sta avvenendo
in questa
stanza:
un cammello
che passa
per la
cruna
di un
ago».
Il 19
aprile
scrive
all'amica
di gioventù
Carla
Sborgi,
che aveva
lasciato
prima
di entrare
in seminario
chiedendole
di raggiungerlo
(come
dopo pochi
giorni
la stessa
effettivamente
farà)
a Firenze.
Muore
il 26
giugno
1967,
ad appena
quarantaquattro
anni,
in casa
della
madre,
ma viene
seppellito,
con i
paramenti
sacri
e gli
scarponi
da montagna,
nella
tomba
che anni
prima
aveva
comprato
a Barbiana.
La sua
figura
ha rappresentato,
nel secolo
scorso,
un momento
di riflessione
dell'uomo
su se
stesso,
completa
delle
esperienze
vissute
sia nella
condizione
di ricco
che in
quella
di povero.
La scelta
dei poveri,
infatti,
non è
stata
in lui
occasionale,
né
tanto
meno ideologica,
ma determinata
dal senso
di colpa,
dall'amore
e dalla
concretezza
dei rapporti
instaurati
con i
suoi popolani.
La sua
scuola
del reale,
rappresentata
nella
sua esperienza
dall'ambiente
familiare,
lo portò
a credere
che solo
la parità
culturale
(concepita,
in primis,
come dominio
sulla
nostra
lingua),
avrebbe
potuto
dare dignità
all'uomo,
liberandolo
dalla
sua condizione
di subalternità,
e a lottare,
nel suo
agire
nella
Storia,
per il
raggiungimento
di questo
obbiettivo.
Emerge
tutta
la verità
del suo
messaggio
profetico,
dalle
ultime
parole
rimasteci
del priore,
quelle
contenute
in un
commovente
testamento
che egli
ha lasciato
ai due
ragazzi
della
scuola
di Barbiana
che aveva
adottato:«Caro
Michele,
caro Francuccio,
cari ragazzi,
non ho
punto
debiti
verso
di voi,
ma solo
crediti.
[
]
non è
vero che
non ho
debiti
verso
di voi.
L'ho scritto
per dar
forza
al discorso!
Ho voluto
più
bene a
voi che
a Dio,
ma ho
speranza
che lui
non stia
attento
a queste
sottigliezze
e abbia
scritto
tutto
al suo
conto.
Un abbraccio,
vostro
Lorenzo».
Note
biografiche
a cura
di Sara
Ciccolini.
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