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Michelangelo Buonarroti Simoni, pittore,
scultore, architetto e poeta (1475-1564). Nato
da genitori fiorentini, a 13 anni fu a Firenze
nella bottega del Ghirlandaio, poi nella scuola
di S. Marco con Bertoldo, l'allievo di
Donatello.
Prima dei vent'anni sperimentò nel marmo ogni
tecnica antica e contemporanea. In due opere
giovanili, la "Madonna della Scala" e la "Lotta
dei Centauri coi Lapiti" (Galleria Buonarroti,
Firenze), manifestò già i caratteri del suo
stile: il creare nel marmo -per via di levare-,
il concepire in grande, il contrapporre a masse
in ombra altre in vivida luce.
Dopo aver visto opere di J. della Quercia a
Bologna, scolpisce a Roma, nel 1497, la "Pietà".
Con il "David", il tondo del Bargello e il "S.
Matteo" (1504), di cui -il non finito- accresce
la suggestività, termina il periodo giovanile. A
30 anni Giulio II lo incaricò del suo Mausoleo
in S. Pietro. Quest'opera, che gli era carissima
e che mai ebbe modo di realizzare, costituì un
motivo di tormento per tutta la vita di
Michelangelo.
I
contrasti con i Della Rovere ebbero termine
soltanto con Paolo III, quando si collocò la
tomba in S. Pietro in Vincoli, con una sola
statua realizzata dall'artista: il "Mosè". Gli
"Schiavi", le cariatidi realizzate per il
Mausoleo, sono ora al Louvre e a Firenze.
Riconciliatosi con Papa Giulio, a Michelangelo,
che poco aveva operato nella pittura ("Madonna
Doni", cartoni per la Battaglia di Cascina) fu
richiesto di dipingere in affresco la volta
della Cappella Sistina. Si accinse all'opera di
mala voglia, e in 4 anni (1508-12) realizzò
questo capolavoro composto da 9 riquadri (dal
"Caos" alla "Creazione dell'uomo", dal "Peccato"
al "Diluvio" e al "Noè ebbro") e da 8 timpani
posti tra le 12 nicchie monumentali, con le
figure dei Profeti e delle Sibille, dei Pargoli
e degli Ignudi.
Dopo questa grande fatica, un insieme di eventi
(la tomba di Giulio, mai fatta; la facciata di
S. Lorenzo in Firenze, mai posta in opera,
l'incomprensione di Leone X, le mura apprestate
per la difesa di Firenze, rese vane dal
tradimento) incupì l'animo dell'artista. Ne sono
visibili testimonianze le statue de "L'Aurora" e
del "Crepuscolo" (1525), del "Giorno" e della
"Notte" (1526) poste sulle arche di Giuliano e
Lorenzo de' Medici. Tali statue, risolte
nell'architettura della Sacrestia Nuova di S.
Lorenzo da M. stesso attuata per volere di
Clemente VII, mostrano l'apice raggiunto nella
espressione plastica, e la sfiducia nell'umano
operare.
Finì con lo scolpire soltanto per sé. Le tre
"Pietà", quella di Palestrina (Palazzo Strozzi,
Firenze), di Firenze (Duomo) e Rondanini
(Milano, Castello), realizzate per la sua tomba,
nel silenzio della casa a Macel de' Corvi presso
la colonna Traiana, quelle "Pietà" che non lo
accontentarono mai, sulle quali lavorò sino a
poco prima di morire, dimostrano quanto la sua
scultura maturasse e cambiasse insieme a lui,
con gli eventi della vita, con il passare degli
anni. Solo nella "Madonna dei Medici" il
reclinarsi e il risolversi di ogni atto della
mesta Madre per la vita del Pargolo, di un
gagliardo freschissimo modellato, ci riporta
alla speranza.
Nel 1534, esule volontario dalla patria
asservita, Michelangelo si stabilisce a Roma e
vi rimane fino alla morte (1564). Nell'
"Epistolario" si rammarica continuamente di così
lunga vita, ma quello che fa e dice è un
preludio all'arte del domani, in una
essenzialità romantica che ritroviamo nelle
fabbriche del Borromini, nelle sculture di A.
Rodin e, prosegue quella pittoricità plastica di
cui si sostanziano il cielo e il suolo di Roma,
dalle Fondamenta alla Cupola di S. Pietro, dal
cornicione del Palazzo Farnese alla Piazza del
Campidoglio, da S. Maria degli Angeli a Porta
Pia.
Il
Maderno, il Bernini e particolarmente il
Borromini s'ispireranno alla sua opera per
legarvi il meglio del barocco. Anche nella
poesia, quando l'istinto lo libera di forza dal
petrarchismo, il suo verso si fa di plastico
vigore, si sostanzia di sillabe che dicono oltre
il cantato e il disporre metrico. Oggi si parla
di Michelangelo come del maggior poeta lirico
del Cinquecento. Si spense a 89 anni,
all'Avemaria del 18 febbraio 1564. Un mese dopo,
la salma, rapita dai concittadini, come avveniva
nel Medioevo per le reliquie dei santi, entrava
a Firenze e con solenni esequie la si poneva in
Santa Croce.
I
recenti restauri della volta della Sistina
(1989-91) e del "Giudizio Universale" (1990-94),
hanno fatto emergere nuovi ed inaspettati
elementi che hanno posto in una luce totalmente
diversa la pittura michelangiolesca. Se la
plasticità dei corpi, così simili a figure
scolpite più che dipinte, è stata ulteriormente
evidenziata dall'opera di pulitura, la rimozione
dello strato secolare che ricopriva l'affresco,
(polvere, condensazione del fumo delle candele,
e, soprattutto, le diverse mani di colla che
sono state stese nel tempo per ravvivare i
colori ma che, col tempo, hanno ottenuto solo il
risultato di formare una patina scura
sull'opera), ha rivelato una luminosità ed un
cromatismo inaspettati e del tutto differenti da
quelli da sempre attribuiti al maestro
fiorentino.
Il
tripudio di colori acidi e chiari, la drastica
rimozione delle ombre, hanno infatti avvicinato
la pittura di M. a quella manierista, facendo
così dell'artista, a dispetto della tradizione,
il primo di quei pittori -di maniera- che, negli
anni immediatamente successivi, avrebbero dato
vita al fenomeno del Manierismo.
Note biografiche
a cura di
Raffaele
Castagno |